A Milano l’ennesimo poliziotto muore suicida, qualche riflessione di uno sbirro..

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Mi piace cucinare, sperimentare le ricette che raccolgo dalle riviste o dal web per poi modificarle ed adattarle ai miei gusti, condividere i miei piccoli segreti ai fornelli e impararne di nuovi; questa è la passione da cui nasce il mio blog.
Quando ho pensato al nome di questo sito, però, ho pensato anche alla mia professione: faccio lo “sbirro” quasi da 20 anni.. il tempo necessario affinché la divisa diventi la tua seconda pelle. Di fronte all’ennesimo suicidio di un poliziotto, l’Ispettore S.C. della squadra mobile di Milano, non me la sento proprio di tacere …
Ci sono tanti modi per fare il nostro mestiere, anche quello di indossare la divisa soltanto per guadagnare uno stipendio. Credetemi però, sono veramente pochi quelli che riescono a farlo per davvero..
Dopo tanti anni di lavoro, sono tanti i poliziotti potrebbero scrivere un libro per entusiasmarvi con la narrazione d’indagini rocambolesche oppure per intrattenervi con aneddoti simpatici della nostra quotidianità e delle stranezze della gente.
Basta accendere la TV per vedere che il nostro mestiere ha monopolizzato il mondo dell’intrattenimento. Fortunate fiction e migliaia di film di successo vi raccontano di eroici poliziotti che muoiono combattendo il crimine oppure di uomini corrotti che abusano della divisa, folli picchiatori asserviti al potere oppure eroi senza macchia immolatisi per il bene della collettività contro il lato oscuro del potere.
Nessuno, però, vi racconta di noi “uomini e donne” e delle nostre fragilità.. di quanto sia difficile il nostro mestiere soprattutto dal punto di vista psicologico.
Sono un semplice sbirro e non ho le competenze per illustrarvi quanto sia complicato il rapporto tra l’animo umano ed il nostro mestiere, di come siano difficili e pesanti le esperienze della nostra professione e di quanto queste possono essere debilitanti e pericolose per il nostro equilibrio.
Una vita passata a rovistare le fogne della società per uno stipendio da fame, sempre “sotto pressione”… gli sputi dei manifestanti, le pallottole dei criminali e le parole di biasimo della “società colta”, pronta a giustificare anche il più crudele dei delinquenti e criminalizzare il più ingenuo dei nostri umani errori.
Sono tante le esperienze del nostro mestiere che, purtroppo, vengono vissute come una questione personale; ferite che ognuno di noi si porta dentro in silenzio perché la fragilità umana, nel nostro mestiere, è considerata una malattia!
Con questo non voglio dire che S., come tanti prima di lui, sia crollato di fronte alle difficoltà del nostro mestiere; i motivi che spingono un uomo verso una soluzione così drammatica, nella maggior parte dei casi, non possono essere decriptati neppure dalla più rigorosa delle indagini. E’ vero, però, che gli sbirri, specialmente quelli operativi, sono costretti a dover lavorare con la parte peggiore della società e sono esposti a stress psichici rilevanti. Evidenza che viene assolutamente trascurata nel nostro ambiente che non dispone di un’adeguata struttura di supporto.
Il rammarico che viene del nostro ambiente e dalle nostre gerarchie è sincero sebbene effimero. Purtroppo, infatti, dopo i convenevoli di questa ennesima tragedia tutto tornerà come prima e ognuno continuerà a portarsi dentro tutto quel materiale tossico che respiriamo ogni giorno insieme ai nostri problemi personali… una miscela che può essere letale. Addio S. riposa in pace.

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